Quando il sole di luglio comincia a cedere il passo all’indaco che precede la sera, le chianche del centro storico di Oria si fanno calde di voci e passi: un mormorio di aspettativa che si alza dalle botteghe e dai vicoli e converge verso le mura sveve, là dove l’abbraccio di archi e scalinate si trasforma in anfiteatro naturale. È qui che l’11 luglio prende avvio la quarta edizione del Generation Film Fest, laboratorio a cielo aperto in cui il cinema italiano diventa grammatica di un dialogo capace di attraversare generazioni, mestieri e ricordi. Nadia Carbone, mente e cuore della rassegna, ha immaginato un festival che non sia semplice vetrina, ma lente d’ingrandimento sui percorsi che uniscono la nostra memoria collettiva – fatta di pellicole graffiate, sigarette fumate nei corridoi di Cinecittà, bobine spedite in provincia – alle inquietudini di chi oggi maneggia smartphone, algoritmi e piattaforme on demand. Tutto avviene in tre giorni fitti come tralci di vite, sostenuti dal patrocinio della Regione Puglia e dall’apporto di Apulia Film Commission, presenza discreta ma decisiva per radicare il progetto nel territorio.
Non serve varcare alcuna soglia monumentale per entrare nell’atmosfera: lungo il percorso che conduce alle piazze dell’evento, gli scuri di vecchie case si aprono su “Una porta sul cinema”, mostra diffusa in cui l’associazione Arte-Menti Creative ha appeso alle cornici porte lignee reinventate, trasformate in tavolozze di citazioni, locandine, scatti sul set d’altri tempi. Una sorta di prologo visivo, gratuito e aperto, che guida lo spettatore verso la prima masterclass pomeridiana: Mimmo Spina, giornalista RAI con l’ossessione virtuosa per le teche, racconta l’arte di Tonino Guerra, sceneggiatore-poeta capace di far germogliare frutteti in pellicola. Non è lezione frontale, è scavo condiviso; chiunque intervenga, studente o pensionato, sente di far parte di un’officina dove il racconto non è proprietà di chi lo pronuncia, ma materia che si modella a quattro mani.
A sera, Oria apre le sue pagine di pietra e diventa sala cinematografica sotto le stelle. Giorgio Vignali, Gegia, Gino Capone si passano il microfono in un talk che ricostruisce la geografia sentimentale del cinema anni Ottanta-Novanta: il Super 8 che sbavava i colori, i lieti fine programmati, il gusto artigianale di confezionare sogni di riserva per un Paese che cambiava pelle. È in quel contesto che debutta “L’Innocente”, corto girato interamente fra ulivi e masserie pugliesi, con attori locali che portano in dote un dialetto morbido come il pane cotto a legna. Il pubblico accoglie il film come si saluta un parente ritrovato: con l’impazienza di riconoscersi e la tenerezza di chi perdona eventuali ingenuità.
Il secondo giorno la parola passa a Raffaello Saragò, produttore che ha attraversato la stagione d’oro di Moretti e Ferreri senza mai farsi abbagliare. Racconta al pubblico che l’unica ricetta possibile è l’ostinazione: trovare risorse, proteggere la libertà del regista, non cedere alla tentazione del “già visto”. Poi la carovana si sposta, guidata da Buzz Experience e dall’associazione 72024, fra vicoli medievali e corti barocche; la guida intreccia leggende di cavalieri teutonici e aneddoti di set improvvisati in piazza, e intanto la luce cade obliqua sui balconi di ferro battuto colorandoli di rame. Quando cala il crepuscolo, Pia Lanciotti – la Donna Wanda amata dalle platee di Mare Fuori – siede su un divano di scena per parlare di come la serie abbia fornito ai ragazzi uno specchio non edulcorato di desideri e paure, e di quanto conti per un’attrice restare fedele al mistero della propria voce interiore. Segue la proiezione di “Zamora” di Neri Marcoré, favola sportiva su amicizia e riscatto in cui si ride, ci si commuove, ci si riflette addosso.
La domenica, ultima tappa, Lech Majewski arriva da Cracovia portando la leggerezza di chi ha attraversato oceani creativi: la sua masterclass scardina definizioni, suggerisce di pensare la regia come atto pittorico, di modellare la luce prima ancora del dialogo. Nessuno resta indifferente: si annotano frasi, si domanda, si discute sulle differenze fra set americani, polacchi e italiani. Sul far della sera, la voce di Carlotta Natoli entra in piazza come una carezza salda: parla di figure femminili che hanno abitato il nostro cinema, di strade aperte e ancora da aprire, di come la memoria non sia archivio polveroso ma serbatoio d’ossigeno. Poi le luci si abbassano e “Odio l’estate” di Massimo Venier restituisce all’infanzia degli spettatori l’eco di gag e malinconie firmate Aldo Giovanni e Giacomo, a ricordare che la comicità è spesso la porta più sincera per dire l’essenziale.
Accanto al programma ufficiale, Alessandro Zanzico modera ogni incontro con garbo giornalistico, tiene il filo fra ospiti e platea, accoglie Giampietro Preziosa che racconta la genesi di Inthelfilm e l’importanza di coltivare coproduzioni dal basso. Intanto i volontari in maglietta rossa passano fra le sedie raccogliendo offerte per l’associazione AMICI: il festival, infatti, ha scelto di legare la propria identità alla ricerca sulle malattie infiammatorie croniche intestinali, ricordando che cultura e salute condividono la stessa vocazione civile.
Quando, a tarda notte, le ultime sedie vengono impilate e le bobine riposte, resta sulle pietre del centro un odore di proiettore tiepido e di vino nero di carovigno, un chiacchiericcio che non vuole abbassare la saracinesca sull’entusiasmo. E si coglie, nel silenzio quasi balbettante che segue, il senso della dichiarazione di Nadia Carbone: fare di un festival non un evento effimero ma un ponte, affidare ai giovani la chiave di un archivio che pulsa vita, e al tempo stesso insegnare che ogni storia, quando trova occhi disposti ad ascoltare, è sempre storia presente. Oria lo sa: per tre giorni ha respirato pellicola e futuro, ha mescolato dialetto e visione, e ora può tornare al suo ritmo di città antica con la certezza che la memoria, se condivisa, non pesa, ma illumina.



